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15 APPENDICE 2 - Educazione civica: materiali per approfondimenti (pag. 375 - 387)

Perché studiare Educazione civica? (pag. 387)

Non possiamo vivere da soli, abbiamo bisogno degli altri. La nostra stessa natura di esseri umani ci spinge a cercare i rapporti con le altre persone, da quelle più vicine a noi che incontriamo ogni giorno, a quelle più lontane, che vivono nel nostro Paese o ancor più lontano. Te ne rendi conto anche tu quando non riesci a stare da solo o da sola, quando vorresti uscire e stare con gli altri, anche quando cerchi contatti tramite i social. 

Ma vivere con gli altri non è facile perché gli altri sono diversi da noi. Se si vogliono costruire buoni rapporti o realizzare con loro qualcosa di bello o di buono, bisogna saperli conoscere, accettare e talvolta adattarsi. A stare positivamente e costruttivamente con gli altri si impara. Si impara innanzitutto in famiglia, dai nostri genitori che sono la prima comunità in cui ci troviamo a vivere, e dai nonni. Poi crescendo impariamo in ambiti più grandi, gruppi, realtà comunitarie, associazioni, società sportive. Si diventa così cittadini, aperti e consapevoli della società in cui viviamo, dal nostro quartiere, fino al mondo intero. Anche la scuola è un ambito in cui si impara la convivenza. Nel nostro ordinamento scolastico esiste una disciplina specifica che raccoglie contributi dalle varie materie per guidarci nella crescita come cittadini. Questa materia si chiama Educazione civica (civica deriva dal latino civis che significa “cittadino”) ed è una disciplina “trasversale”, cioè presente nelle diverse materie. 

Per questo ti offriamo degli spunti di riflessione che ti possono accompagnare, con l’aiuto dei tuoi insegnanti, ad approfondire alcuni temi legati a questa materia. Si tratta di spunti collegati agli argomenti che stai affrontando in storia in questo primo anno scolastico. Li abbiamo divisi per temi generali o macro-argomenti, così da facilitare il tuo lavoro.

15.1 La libertà di coscienza (pag. 376)

Tra le libertà dell’uomo, quella della coscienza è la più importante, forse decisiva. Si tratta della libertà di formarsi e avere convinzioni profonde riguardanti tutti gli aspetti della vita, e di poter agire in conformità con esse senza alcuna imposizione esterna. Questo diritto è sancito in due articoli della nostra Costituzione, il 18 e il 21. Abbiamo incontrato questo tema già sul declinare dell’Impero Romano, con l’avvento del Cristianesimo. Di fronte alle pretese degli imperatori romani di essere adorati come dei e di imporre la religione pagana, i primi cristiani rivendicarono la libertà di credere nel loro Dio e di seguire la loro religione. Per questo molti di loro vennero perseguitati e messi a morte. 
Un fatto decisivo avvenne nel 313 quando l’imperatore Costantino con una decisione impropriamente chiamata “Editto di Milano” riconobbe la libertà di culto e di coscienza non solo ai cristiani ma a tutti i fedeli di ogni religione. Ecco il primo approfondimento che ti proponiamo.

L’“editto di Costantino”: la prima affermazione della libertà di coscienza (pag. 376 - 377)

Testa colossale di Costantino. Prima metà del IV secolo, Palazzo dei Conservatori, Roma. Originariamente faceva parte di una statua colossale che raggiungeva i 10-12 metri di altezza. La testa è alta 2,60 metri.

Editto di Milano… o di Sardica?

“Editto di Milano” è un’espressione piuttosto impropria per designare l’atto con cui Costantino pose fine alle persecuzioni contro i cristiani. In realtà a Milano nel 313 non fu emanato nessun decreto imperiale redatto in modo solenne e ufficiale. Si trattò piuttosto di un’intesa pacificatrice tra Costantino e il suo rivale di allora, l’altro augusto Licinio, culminata con la decisione di confermare un precedente decreto emesso dal loro predecessore Galerio nel 311, riguardante la tolleranza religiosa. Galerio aveva preso questa decisione poco prima di morire, a Sardica (l’attuale Sofia, capitale della Bulgaria), dopo aver constatato il fallimento della sua politica persecutoria nei confronti dei cristiani. A loro concedeva perciò la libertà di culto e chiedeva di pregare il loro Dio per l’imperatore. Con l’accordo di Milano l’editto di Sardica (questo è il nome con cui andrebbe quindi in realtà chiamato) venne confermato e di esso venne data successiva comunicazione al governatore della Bitinia, una regione dell’Asia minore. È di questa comunicazione che noi abbiamo il resoconto da parte di due scrittori cristiani del tempo, Lattanzio ed Eusebio di Cesarea, mentre non possediamo il testo originale del documento.

In campo religioso si deve seguire la propria coscienza

Nel resoconto di Lattanzio si riporta la seguente frase attribuita ai due augusti: «Abbiamo ritenuto con ragionamento salutare e giustissimo che a nessun uomo sia negata la facoltà di aderire ai riti dei cristiani, o di qualsiasi altra religione a cui lo diriga la sua mente, cosicché la Divinità suprema, alla cui devozione ci dedichiamo liberamente, possa accordarci la solita benevolenza e il solito favore». È interessante notare come, in questo decreto, venga concessa la libertà di praticare la propria religione non solo ai cristiani, ma anche agli appartenenti alle altre fedi. Si fa, per questo, riferimento alla coscienza personale (la propria “mente”) come all’unico criterio da seguire nello scegliere la religione a cui aderire. Ciò significa che a nessuno deve essere imposto di praticare una religione contro la sua volontà, né da parte dell’imperatore né da parte dello stato, cosa che invece avveniva comunemente presso la quasi totalità dei popoli antichi e anche all’interno dell’Impero Romano. Questa è una vera e propria rivoluzione: per la prima volta si riconosce in un atto ufficiale la libertà religiosa come un diritto fondamentale dell’uomo. E si riconosce anche che lo stato non impone nessuna religione propria ma le guarda tutte con rispetto e benevolenza (con un’espressione usata ai giorni nostri si direbbe che lo stato deve essere “laico”).

L’editto di Teodosio… un passo indietro?

Rispetto a tutto questo, l’editto di Teodosio del 380 rappresenta un passo indietro. Con esso, infatti, si stabilisce che il Cristianesimo debba essere l’unica religione ammessa dallo stato e tutte le altre vengono proibite, e quindi poi perseguitate. In tal modo viene a perdersi quella libertà di coscienza che l’atto di Costantino invece affermava. Questo può, a prima vista, sembrare un vantaggio per il Cristianesimo, che viene privilegiato rispetto a tutte le altre religioni, ma in realtà non lo è. Chi diventava cristiano perché costretto dalla legge dello stato, finiva per esserlo solo esteriormente e non per una profonda convinzione interiore, e una fede, ogni fede, senza convinzione interiore e quindi senza libertà, non è vera fede. In secondo luogo, perché con l’editto di Teodosio la religione cristiana finiva per essere sottomessa allo stato e alla volontà dell’imperatore. Questo, nei secoli successivi, creò enormi problemi alla Chiesa che dovette lottare anche aspramente per difendere la sua libertà dalla volontà di dominio su di essa da parte degli imperatori.

Studiando le vicende relative alla guerra di Carlo Magno contro i Sassoni avrai visto come il sovrano dei Franchi abbia in qualche modo imposto con la forza il battesimo ai barbari sconfitti. Si tratta di un comportamento molto diffuso nell’antichità e fino all’età moderna e in qualche caso anche oltre. Basti pensare alla diffusa interpretazione del jihad come lotta per imporre l’Islam agli “infedeli”, oppure alle guerre di religione che infestarono l’Europa tra il XVI e il XVII secolo. Ti proponiamo su questo tema un approfondimento legato al comportamento di Carlo Magno.

È giusto imporre una religione con la forza? (pag. 378)

Il comportamento di Carlo Magno

Si rimane perplessi e sconcertati nel vedere come Carlo Magno ottenne la conversione dei Sassoni al Cristianesimo: usò infatti la forza e la violenza per imporre a tutti il battesimo. È un comportamento che noi uomini di oggi non riusciamo ad accettare né possiamo giustificare. Per noi nessuno può essere obbligato con la forza o le minacce ad abbracciare idee, convinzioni, credenze religiose. L’adesione a queste deve essere il frutto di una scelta libera, intima e consapevole. Possiamo dire che il mondo occidentale ha ormai abbracciato con convinzione questa posizione, considerando la libertà di coscienza (che comprende anche la libertà di religione) come uno dei principali diritti dell’uomo. Va detto anche, a onor del vero, che non si può dire altrettanto per culture o mondi religiosi lontani dal nostro (si pensi a taluni paesi del mondo musulmano dove la religione è tuttora imposta a tutti i cittadini per legge e non vi è per loro la possibilità di cambiarla, pena a volte anche la morte). Per tornare a Carlo Magno, come possiamo spiegare il suo comportamento?

Una mentalità lontana dalla nostra

Innanzitutto emerge in questo caso un problema che sempre si pone nella ricerca storica: la mentalità degli uomini del passato non corrisponde alla nostra e quindi è molto difficile per noi spiegare gesti e comportamenti lontani nel tempo. È necessario perciò uno sforzo per evitare giudizi approssimativi e per comprendere le azioni degli uomini del passato nel loro contesto, che era diverso dal nostro. Allora non era così chiaro per tutti il valore della libertà di coscienza. Il mondo barbarico esaltava continuamente l’uso della forza contro i popoli stranieri e gli esempi di sovrani antichi aggressivi e violenti (esempi presenti anche nel Vecchio Testamento) lo confermano. Certamente il mondo cristiano stava elaborando le idee del rispetto dell’uomo e del valore assoluto della persona contenute nel Vangelo (e l’atteggiamento del monaco Alcuino, che criticò aspramente Carlo per l’uso della violenza contro i Sassoni ne è una prova), ma queste idee facevano ancora fatica a penetrare nella mentalità di sovrani di origine e cultura barbarica, cresciuti nell’esaltazione della guerra e della forza. Bisogna quindi tener conto, nel valutare il comportamento di Carlo, del contesto culturale che lo influenzava, cui si aggiungevano il suo particolare temperamento e la necessità politica di stroncare la resistenza di un popolo, come quello dei Sassoni, tra i più ribelli e pericolosi per il suo regno. Nonostante le critiche di Alcuino e l’insegnamento del Vangelo, perciò, quando si trattò di decidere come comportarsi nei loro confronti, Carlo scelse quello che la sua cultura di origine gli dettava. 

Un altro momento importante della storia occidentale riguardo a queste tematiche fu la lotta che la Chiesa nel Medioevo intraprese per la sua libertà contro il tentativo degli imperatori, pure cristiani, di sottometterla. Si tratta della cosiddetta “lotta per le investiture” su cui ti proponiamo questo approfondimento.

Per che cosa il papa sfidò l’imperatore nella lotta per le investiture: la libertas ecclesiae (pag. 379)

La lotta per le investiture che contrappose papa e imperatore non fu una lotta fra queste due autorità per la supremazia e il potere sull’Europa. Né fu il tentativo, da parte del papa, di mettersi al posto dell’imperatore nel governo dell’Impero, cioè delle “cose temporali”, come allora si diceva.

Fu qualcosa di molto diverso. Con questa lotta il papa intendeva difendere innanzitutto la libertà della Chiesa dalle intromissioni dell’imperatore che ne voleva fare uno strumento al suo servizio.

Si trattava del valore della libertas ecclesiae per la quale da sempre, fin dalle origini, i cristiani si erano battuti.

Va notato che né in ambito musulmano né altrove è mai accaduto qualcosa di simile alla lotta per le investiture. Questo perché solo in ambito cristiano è sancita dall’origine quella distinzione tra autorità religiosa e autorità politica che, per necessità storica, veniva contraddetta allora dalla figura del vescovo-conte che univa in sé entrambi questi poteri.

In gioco c’è la coscienza

Nei primi secoli i cristiani non si contrapposero all’autorità dell’imperatore in quanto tale e cercarono di essere sempre suoi sudditi corretti. Un grande padre della Chiesa, Tertulliano, scrisse a questo proposito: «Il cristiano non è nemico di nessuno, tanto meno dell’imperatore; sapendo che questi è stato costituito da Dio, è necessario che il cristiano lo ami, gli mostri ossequio e lo onori». Solo in un caso essi si ribellarono, andando per questo anche incontro al martirio, e fu quando l’imperatore pretese di prendere il posto di Dio nella coscienza degli uomini. Per i cristiani solo Dio è il signore ultimo della coscienza, solo a lui l’uomo si inchina e obbedisce, non a un imperatore che è pur sempre un uomo, per quanto grande. Per il cristiano le leggi di Dio sono superiori a qualsiasi legge umana. Ogniqualvolta quindi la volontà dell’imperatore si poneva in contrasto con la volontà di Dio, come disse san Pietro, bisognava «obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At 5,29) e questo riprendeva la famosa frase evangelica che dice «date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Mt 22, 21). È interessante notare che i cristiani applicarono questo principio non solo nei confronti degli imperatori pagani ma anche di quelli cristiani, quando questi ultimi con il loro comportamento violavano la legge di Dio.

Difendere la Chiesa vuol dire difendere la libertà della coscienza da ogni potere terreno

Fin dall’inizio i cristiani riconobbero che l’autorità suprema nelle Chiesa era il papa in quanto successore di Pietro, e con lui i vescovi, successori degli altri apostoli. Erano loro le guide per chi avesse voluto seguire in modo corretto l’insegnamento di Gesù e la legge di Dio. Per questo motivo diventava essenziale, per la vita stessa della Chiesa, difendere la libertà del papa e dei vescovi di insegnare e trasmettere la vera fede. Se il papa e i vescovi non fossero più stati liberi di insegnare il Vangelo ma fossero stati costretti a obbedire a un’autorità esterna (come accadeva con la nomina dei vescovi-conti da parte dell’imperatore), anche la fede di tutti i cristiani sarebbe stata messa in pericolo. Gli uomini non avrebbero più avuto la certezza di seguire il vero insegnamento di Gesù e la vera legge di Dio. Ecco quindi l’origine di ogni lotta per la libertas ecclesiae che si svilupperà in modalità diverse e complesse per tutto il Medioevo e poi anche nell’età moderna: difendere la libertà dell’uomo di abbracciare nella sua coscienza la fede nel vero Dio.

L’esempio di Ambrogio

Sant’Ambrogio. Mosaico (V secolo), Basilica di Sant’Ambrogio, Milano

Il vescovo di Milano, Ambrogio, nel IV secolo scrisse: «La Chiesa è di Dio e a Cesare non deve essere assolutamente assegnata, perché non può essere diritto di Cesare il tempio di Dio… L’imperatore è nella Chiesa e non sopra la Chiesa». A queste parole fece seguire anche l’esempio: non esitò a mettersi contro l’imperatore Valentiniano II quando questi volle favorire l’eresia ariana, e contro l’imperatore cristiano Teodosio quando questi ordinò una strage di civili innocenti nella città greca di Tessalonica. Le sue parole e il suo esempio divennero un modello per tutti i secoli successivi: in tutto il Medioevo papa e imperatore ebbero talvolta rapporti positivi, di sincera collaborazione, ma spesso, nelle questioni riguardanti la fede, l’insegnamento della religione, la nomina dei vescovi, arrivarono allo scontro. Da tutti questi ambiti l’imperatore doveva essere escluso. E nel campo di competenza esclusiva della Chiesa rientrava anche il giudizio sulla fede e sul comportamento di quegli imperatori che si dicevano e volevano essere cristiani.

Un valore difeso sempre

È questo che bisogna tener presente ogni volta che assistiamo, nel Medioevo o anche nell’età moderna, a scontri tra papa e imperatore o papa e stati nazionali. La priorità principale per i papi, salvo naturalmente qualche raro caso legato ad ambizioni personali o nepotistiche di papi moralmente non irreprensibili, sarà sempre quella di difendere la libertà della Chiesa. Diverso, come abbiamo visto, fu il caso dell’Impero Bizantino, dove l’autorità dell’imperatore si estendeva in modo assoluto anche sulla Chiesa.

Un valore per tutti

Un’ultima precisazione, forse difficile da comprendere per noi, ma necessaria. Quando la Chiesa si pone contro il potere politico che pretende di determinare i convincimenti profondi e la libertà della coscienza di fronte a Dio e nel campo della religione e della morale, compie un’opera che va a vantaggio di tutti gli uomini, non solo dei cristiani, perché ricorda a tutti che la coscienza e la libertà sono valori che nessuno, neanche l’autorità politica di uno stato, può cancellare. Se questo avvenisse l’uomo perderebbe la sua libertà più profonda e sarebbe in balia di qualsiasi forma di potere.

15.2 Il valore del dialogo e la tolleranza (pag. 381)

Conseguenza di quanto affermato finora è che le persone debbono essere rispettate nelle loro convinzioni profonde anche quando sono diverse dalle nostre. Nella storia questo non sempre purtroppo è avvenuto. Nel periodo storico che stai studiando hai visto come spesso Cristianesimo e Islam si sono scontrati (dalle cosiddette crociate ai vari tentativi di invasione dell’Europa da parte dei Turchi). Si è trattato di scontri in cui, accanto a motivazioni politiche, vi erano, forse prevalenti, motivazioni di carattere religioso. Ancora oggi c’è chi parla di “scontro di civiltà” in particolare proprio tra Cristianesimo e Islam, soprattutto di fronte a gravi episodi di terrorismo scatenati in questi ultimi anni da fanatici islamici. Ti proponiamo un approfondimento su questo tema.

Cristianesimo e Islam: dialogare è possibile (pag. 381)

Papa Leone XIV in visita alla Grande Moschea di Algeri (13 aprile 2026)

Non esiste uno scontro di civiltà

Ci si chiede con sempre maggiore frequenza quali devono essere i rapporti tra i cristiani, e più in generale il mondo occidentale, e i musulmani. È possibile dialogare? Si possono trovare punti in comune che consentano a queste due civiltà di vivere a fianco a fianco, senza ostilità o incomprensioni?

È un problema che si pone ormai anche nella vita di tutti i giorni in quanto l’immigrazione da paesi lontani e la diffusione mondiale dei commerci portano sempre più spesso persone appartenenti a queste due diverse culture a incontrarsi e a convivere fianco a fianco. Anche in molte aule scolastiche ormai, magari anche nella tua, si sta verificando una situazione di questo tipo. Purtroppo, episodi gravissimi di terrorismo avvenuti negli ultimi anni e che hanno visto per protagonisti esponenti di gruppi fanatici che si rifanno all’Islam creano paura e fanno dire a molti che un dialogo non è possibile. Ci sono degli intellettuali, da una parte e dall’altra, che parlano di un inevitabile “scontro di civiltà”. Ci pare che questa opinione non sia da condividere e che non sia giusto farci dominare dalla paura. Se è vero, infatti, che ci si deve difendere dal terrorismo, da qualsiasi parte provenga, è altrettanto vero che esistono nel mondo milioni di persone pacifiche, che non vogliono la guerra e che cercano il dialogo.

Su quali basi costruire un dialogo?

Ma perché dialogare e su quale base? Dialogare serve a mettere a confronto le risposte che le due fedi danno ai desideri profondi, alle grandi domande dell’uomo e da questo confronto può nascere un comune arricchimento. Naturalmente, il dialogo dev’essere sincero e partire dalla stima e dal rispetto reciproco e dalla reale volontà di conoscersi. E non è detto che al termine di questo dialogo si arrivi a pensarla allo stesso modo. È sbagliato pensare che il dialogo debba annullare le differenze: queste possono, e debbono, rimanere. Cristiani e musulmani possono confrontarsi e dialogare senza diventare uguali, mantenendo le proprie convinzioni; anzi possono rafforzarle proprio a partire da questo confronto.

Ci sono obiettivi comuni da realizzare

Tuttavia, pur nella diversità, si possono riconoscere degli obiettivi comuni da raggiungere insieme nella società e nel mondo. Si tratta di obiettivi legati alla convivenza pacifica, alla necessità di lottare tutti insieme contro la povertà, l’ingiustizia, la mancanza di libertà nel mondo, la difesa della vita fin dal suo sorgere perché, per entrambe le religioni, essa è dono di Dio. Sono molti gli insegnamenti che queste due grandi religioni ci trasmettono riguardo a tali problematiche e potresti, anche con l’aiuto dell’insegnante di religione, fare una breve ricerca per conoscerli meglio.

Un ultimo spunto ci sembra importante: chi dialoga e si confronta non deve aver paura della verità, anche quando gli viene chiesto di riconoscere i propri errori. Sulle bugie e sull’inganno non si costruisce certo un’amicizia e una collaborazione, né nei rapporti interpersonali né in quelli tra gli stati e le civiltà.

Nel corso del ’700 con l’affermarsi dell’Illuminismo si è cominciato a parlare di tolleranza tra gli uomini. Ne ha parlato Voltaire che ha scritto un celebre libro dal titolo Trattato sulla tolleranza. Ti proponiamo un approfondimento nel quale si cerca di capire il significato di questo termine, mettendolo a confronto con l termine dialogo, ed evidenziando come a volte il concetto di tolleranza rischi di essere riduttivo.

Che cosa significa essere tolleranti? (pag. 382)

La tolleranza non è l’indifferenza 

La tolleranza, cioè il rispetto per le persone di idee diverse, era uno dei cavalli di battaglia dell’insegnamento degli illuministi, una corrente filosofica sviluppatasi in Europa nel ’700 e che ha lasciato un’influenza enorme anche nei secoli successivi fino ad oggi. Voltaire, uno dei maggiori esponenti di questa corrente, sosteneva di essere disposto a dare la vita perché anche chi la pensava diversamente da lui potesse esprimere le proprie idee. 

Ma che cosa vuol dire realmente essere tolleranti? Basta solo permettere a chi ha idee diverse dalle nostre di esprimersi per essere considerati tali? In realtà questo può non bastare: se si lascia parlare l’altro solo perché si ritiene che quello che ha da dire non ci riguarda, non ci interessa e pertanto non ci reca neanche fastidio, non si può certo parlare di vera tolleranza. È piuttosto indifferenza. 

Tolleranza e dialogo: due concetti non equivalenti 

Spesso si parla di tolleranza e di dialogo come di due concetti equivalenti o comunque strettamente correlati l’uno con l’altro. In effetti non è così: il dialogo è molto di più della semplice tolleranza; vuol dire guardare l’altro con simpatia e stima, ascoltare con reale interesse quello che ha da dire, cercando di apprendere da lui ciò che può essere veramente utile anche alla nostra vita. L’autentico dialogo è possibile solo tra persone che amano la verità, che la considerano una meta possibile al di là delle loro diverse opinioni, e che riconoscono nell’altro la possibilità che abbia qualcosa da insegnare alla propria vita.

L’amore alla verità condizione per il dialogo 

Rispetto a questo vi è una diffusa convinzione secondo cui solo chi non crede in nulla può essere dialogico: chi invece ha convinzioni profonde non potrebbe esserlo perché convinto della superiorità delle proprie idee rispetto a quelle altrui. Questo rischio può certamente verificarsi, ma spesso può anche accadere il contrario: chi non ha convinzioni profonde, chi non crede in nulla, chi non crede che esista una verità, rischia di non dare valore a nulla e quindi nemmeno alle opinioni altrui. Può ascoltarle ma, appunto perché scettico, non ritenerle importanti e quindi non prenderle in seria considerazione. Al contrario chi ha convinzioni profonde, proprio perché crede che la verità esista e la tiene in grande considerazione, può essere più disposto ad accogliere le convinzioni altrui se scopre che sono più vicine al vero delle sue. La vera base del dialogo non è quindi dubitare di tutto ma essere convinti che tutti, in quanto esseri umani, abbiano le stesse esigenze e le stesse domande riguardo al senso della vita e che per questo è utile confrontarsi: il dialogo consiste in ultima analisi nel confronto tra le risposte che ciascuno di noi dà a tali domande. 

A dialogare ci si educa 

D’altra parte la capacità di dialogare non è istintiva, ma si impara, attraverso l’educazione e la ricerca appassionata delle ragioni delle proprie opinioni: infatti solo chi pone la certezza di quanto afferma su basi razionali non ha paura, ascoltando opinioni diverse dalla sua, di scoprire qualcosa di più profondamente vero di quanto ha sempre creduto. Il dialogo vero con chi è diverso da noi è un atteggiamento che si costruisce giorno per giorno, imparando con sacrificio ad ascoltare, a guardare con simpatia all’altro e ad amare la verità più delle proprie opinioni.

Frontespizio del Trattato sulla tolleranza di Voltaire. Pubblicato in Francia nel 1763, fu ispirato da un fatto di cronaca: l'ingiusta condanna a morte di un protestante, Jean Calas, sull'onda di un cieco fanatismo religioso.

  

15.3 I diritti dell’uomo (pag. 383)

Il principio del valore assoluto dell’uomo è stato introdotto nella storia dal Cristianesimo, insieme al concetto di uguaglianza tra tutti gli esseri umani. Per questo fin dall’inizio esso ha contribuito in maniera determinante all’abolizione della schiavitù accettata invece come normale nel mondo antico. 
Nel corso dei secoli questo fondamentale principio si è tradotto nell’elaborazione, in campo filosofico ma anche giuridico, di una serie di diritti, primo fra tutti quello alla libertà e alla libertà di coscienza, riconosciuti ad ogni persona in quanto essere umano, indipendentemente dal colore della pelle, dal sesso, dalla nazionalità, dalla lingua, dalla religione o da qualsiasi altra condizione. 
Questi diritti sono poi stati sanciti, più di recente, in documenti come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) sottoscritta da tutti gli stati del mondo appartenenti alle Nazioni Unite.
Uno dei primi dibattiti su questo tema è sorto in Spagna dopo la scoperta dell’America e le prime colonizzazioni del continente sudamericano. 
A fronte di chi sosteneva che gli indigeni d’America non fossero persone e quindi potessero essere ridotti in schiavitù, si levò la voce di altri che invece ne riconobbero la piena umanità e ne formularono i diritti che spettavano loro, senza alcuna differenza rispetto agli europei. Tra i primi studiosi ad elaborare un elenco di tali diritti vi fu il filosofo spagnolo Francisco de Vitoria (1483-1546). Ti proponiamo su di lui questo approfondimento.

I diritti dell’uomo secondo de Vitoria (pag. 384)

Francisco de Vitoria. Dipinto di Daniel Vázquez Diaz (1957), Smithsonian American Art Museum, Washington, D.C.

L’esistenza in America di popolazioni indigene dagli usi e costumi molto differenti dai nostri stimolò negli studiosi europei, soprattutto spagnoli e portoghesi, dibattiti e riflessioni sull’uomo. Vedere gli indigeni che ignoravano il Cristianesimo, vivevano nudi nelle foreste, praticavano la poligamia e spesso i sacrifici umani, avevano abitudini alimentari e comportamentali diverse, spinse in un primo momento alcuni di loro a pensare di essere di fronte ad animali più che a uomini. 

Ben presto però prevalse l’opinione contraria che, sancita anche nella bolla papale Sublimis Deus, affermava la piena umanità degli indios e quindi la necessità che fossero trattati con il rispetto dovuto a tutti gli esseri umani e difesi nella loro libertà. Nel 1539 un grande filosofo spagnolo, Francisco de Vitoria, redasse, a questo proposito, una “carta dei diritti” da riconoscere per ogni uomo e quindi anche per gli indios. Secondo de Vitoria tutti gli esseri umani, che si caratterizzano per la loro razionalità, sono simili in quanto immagine di Dio e quindi, in virtù della loro umanità, godono di diritti da considerarsi “naturali” perché derivano direttamente dalla natura dell’uomo. Questo testo ebbe grande rilievo nel dibattito teorico del tempo; purtroppo però, nella realtà quotidiana in America Latina i suoi princìpi stentarono a lungo ad essere rispettati. Questi diritti saranno poi ripresi, ribaditi o riformulati in termini diversi in contesti successivi (ad esempio nell’Inghilterra del Seicento o nella Rivoluzione francese). Ecco una sintesi del testo. 

«Il diritto che l’uomo ha sulle cose deriva dal fatto che egli è immagine di Dio. 
Ogni uomo ha diritto alla verità, all’educazione e a tutto ciò che si riferisce alla sua formazione e promozione culturale e spirituale. 

Per diritto naturale, ogni uomo ha diritto alla vita e all’integrità fisica e psichica. 
Per diritto naturale tutti gli uomini sono liberi e nell’uso di questa libertà fondamentale gli indios si costituiscono liberamente in comunità e liberamente scelgono i propri governanti. 
Ogni uomo ha diritto alla fama, all’onore e alla dignità personale. 
Gli indios hanno diritto a non essere battezzati o costretti a convertirsi al Cristianesimo contro la propria volontà. 
Per solidarietà naturale e per diritto delle genti, tutti gli uomini, indios o spagnoli, godono dello stesso diritto alla comunicazione e all’interscambio di persone, beni o servizi, senza altri limiti che il rispetto della giustizia e dei diritti degli abitanti del luogo. 
Nessuno può essere condannato senza prima essere stato ascoltato e sempre dall’autorità pubblica e competente, e in conformità con le leggi. 
Non è sufficiente che il Re di Spagna promulghi leggi giuste e adeguate alle capacità e allo sviluppo degli Indios è altresì obbligato a inviare governanti competenti e disposti ad applicarle».

Francisco de Vitoria Corpus Hispanorum de Pace, adatt.

15.4 Gli organi dello stato e le loro funzioni (pag. 385)

Nella nostra epoca è lo stato che, con le sue leggi e i suoi organi di governo, è investito del compito di difendere e tutelare i diritti dell’uomo. In passato però non sempre è stato così. Lo stato è un’invenzione moderna che risale agli ultimi periodi del Medioevo e che ha le prime avvisaglie nell’età comunale in Italia e, in Inghilterra, con l’elaborazione della Magna Charta di cui si è ampiamente parlato nel testo. Nell’alto Medioevo, nell’età che abbiamo chiamato feudale, le cose non stavano così. Ti proponiamo un approfondimento su questo tema.

Quando a tutelare i diritti dei cittadini non era lo stato (pag. 385)

Protezione, sicurezza, possibilità di un lavoro sono alcuni tra quelli che oggi chiameremmo “diritti”. Insieme con i “doveri” (ad esempio, rispettare le leggi, pagare le tasse) sono stabiliti e garantiti dalle leggi, innanzitutto dalle Costituzioni degli stati. Questo significa che oggi è compito dello stato, attraverso le sue istituzioni, fare in modo che tutti i cittadini possano godere dei diritti e rispettino i doveri. È lo stato che deve proteggere i cittadini, offrire loro la possibilità di lavorare, riscuotere le tasse.

Nel Medioevo feudale non esisteva lo stato

Come avrai invece notato, nella società feudale le cose andavano diversamente. Era la dipendenza da un superiore che garantiva ai contadini protezione, sicurezza e lavoro, ed era a questo superiore che andavano pagate le “tasse”. In effetti, nel Medioevo non esisteva uno stato come lo intendiamo oggi, capace di imporre leggi che tutti erano tenuti a rispettare (oggi si chiamerebbe “stato di diritto”). La vita delle persone era regolata da obblighi e doveri stabiliti da superiori da cui si dipendeva, da parenti a cui si era legati o da altri impegni assunti personalmente, come promesse e giuramenti. 

La società medievale si fondava cioè, per usare termini un po’ più “tecnici”, su una concezione personale del diritto, non territoriale. L’imperatore, grazie all’azione dei vassalli, esercitava il suo governo direttamente sugli uomini più che sui territori. L’idea di uno stato fondato su leggi uguali per tutti gli abitanti di un territorio – una grande conquista degli antichi Romani – nella prima fase del Medioevo, quella che potremmo definire “barbarica”, era andata perduta.

La successiva evoluzione

Avrai modo di capire, proseguendo negli studi, come la situazione si sia poi modificata e come sia maturata nel tempo l’idea moderna dello stato. Avrai anche modo di comprendere come questi cambiamenti abbiano costituito un indubbio progresso per la vita degli uomini e delle società, al punto che oggi sono divenuti un’acquisizione definitiva di ogni paese democratico e civile. Se non altro perché in tal modo si garantisce a tutti i cittadini, almeno in linea teorica, un’uguaglianza nei diritti e nei doveri e la fine dei privilegi. A questo punto del percorso, ci limitiamo a segnalarti questa differenza, ma vogliamo anche proporti uno spunto di riflessione riguardo a questi temi nella società di oggi.

Che cosa ci può insegnare la società feudale?

Non tutto, infatti, della società feudale è da rigettare; anche da essa, per quanto lontana dal nostro modo di vedere le cose, si possono trarre utili insegnamenti. In particolare rimane per noi suggestivo il fatto che alla base dei rapporti politici ci fossero allora dei legami sociali fondati sul senso dell’onore, sul valore della lealtà e della fedeltà alla parola data, sul senso del dovere insito negli ideali della cavalleria. Questi ideali ancora oggi possono rivestire per noi un grande interesse.

Bastano delle buone leggi per far funzionare una società?

A volte siamo portati a pensare che perché una società funzioni bene e garantisca il benessere dei suoi membri basta che ci siano buone leggi, rispettate da tutti. E pensiamo anche che perché ciò accada occorre che siano previste pene per coloro che trasgrediscano tali leggi. Ma questo in realtà è sufficiente? Prova tu stesso a pensare a quella piccola società che è la tua classe. Basterebbero in questo caso delle buone regole e delle dure punizioni perché sia bello e piacevole stare in classe e più sereno il lavoro? Probabilmente no. Occorrono anche l’impegno di ognuno, il rispetto reciproco, la voglia di collaborare e di costruire insieme dei rapporti positivi, basati sulla consapevolezza che, per il solo fatto di esistere, tutti hanno la stessa dignità. E tutte queste cose non dipendono dalle regole ma, potremmo dire, dal cuore e dalla buona volontà di ogni membro della classe. Possiamo dire che la stessa cosa vale per la società tutta intera. Se non c’è una disposizione interiore dei cittadini, le leggi da sole non basterebbero. E cosa sono questi “valori” positivi se non qualcosa di molto simile ai valori cavallereschi dell’onore, del rispetto, della lealtà su cui si basavano i rapporti all’interno della società feudale? Anche oggi, quindi, ci permettiamo di concludere con una battuta, un po’ di spirito cavalleresco non farebbe male. Il problema è come recuperare questo “spirito” e questa è una domanda che riguarda tutti. 

Ti proponiamo infine un approfondimento sulla importantissima istituzione del parlamento, l’organo che negli stati moderni, ha il compito di emanare le leggi per far funzionare lo stato, per garantire una vita regolare e ordinata alla società per difendere e tutelare i diritti di tutti i cittadini.

Il parlamento: l’organo che emana le leggi di uno stato (pag. 386)

Palazzo Madama, Roma. Edificato nel XV secolo, è attualmente sede del Senato della Repubblica Italiana.

Negli ordinamenti degli stati contemporanei nei quali vige un sistema democratico, il parlamento è l’organo politico, eletto dal popolo, che ha il compito di fare (in termine tecnico si dice “emanare”) le leggi e, in molti casi, anche di esercitare un controllo sull’attività del governo che, invece, ha una funzione esecutiva, cioè dà esecuzione pratica alle leggi e alle direttive del parlamento. Il parlamento si può comporre di una o due “camere” (questo è il caso ad esempio dell’Italia dove esistono la Camera dei Deputati e il Senato). Nel caso delle due camere esse possono avere caratteristiche e funzioni diverse (è il caso della Germania dove esiste un’assemblea nazionale e una che rappresenta gli stati regionali). Pur esistendo forme di parlamenti fin dall’alto Medioevo, la definizione chiara e precisa dei loro compiti risale alla fine del XVIII secolo, con il pensiero del filosofo illuminista Montesqueiu.

Palazzo di Montecitorio, Roma. Edificato nel XVII secolo, è attualmente sede della Camera dei Deputati.

Nell’alto Medioevo: organismi con nomi e funzioni diverse

Prima questi organismi, che prendevano nomi diversi (Stati generali in Francia, Camera dei Lords in Inghilterra, Cortes in Spagna), erano in gran parte assemblee di nobili o signori feudali e potevano avere funzioni diverse. Il sovrano le convocava ogniqualvolta doveva prendere decisioni importanti, soprattutto in merito all’emissione di nuove tasse, all’intrapresa di una guerra o alla stipula di un trattato di pace. In qualche caso tali assemblee raccoglievano le lamentele contro il sovrano o si occupavano di questioni giudiziarie riguardanti i nobili. Non sempre però il re era tenuto a obbedire alle decisioni del parlamento (come avvenne in Inghilterra in seguito alla Magna Charta). Simili ai parlamenti possono essere considerate le assemblee che si tenevano all’interno dei Comuni italiani e nelle quali i cittadini che ne avevano diritto (ad esempio in certi casi gli iscritti alle Corporazioni) esprimevano un parere circa le questioni che riguardavano la vita della città. Anche i popoli barbarici conoscevano forme di assemblee di uomini liberi in armi (i soldati) che affiancavano il re nelle decisioni da prendere in caso di guerra. Lungo sarebbe invece risalire al mondo antico. Possiamo dire che a Roma esisteva una forma assembleare molto importante, il Senato, di cui facevano parte i membri delle più antiche famiglie patrizie.

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